Per responsabilità sociale d’impresa (o Corporate Social Responsibility, CSR) si intende l’integrazione di preoccupazioni di natura etica all’interno della visione strategica d’impresa.

L’economista italiano Giancarlo Pallavicini  già negli anni ’60 affermava che “l’ attività d’impresa, pur mirando al profitto, deve tenere esplicitamente presenti una serie di istanze interne ed esterne all’ impresa, anche di natura socio-economica”.

Oggi il tema è tornato prepotentemente alla ribalta.

Al di là delle ragioni ‘morali’ del leader e dell’azienda stessa, è essenziale valutare il risvolto in termini di risultati, di immagine e popolarità, di opportunità.

Un’impresa che adotti un comportamento socialmente responsabile, considerando e rispondendo alle aspettative economiche, ambientali, sociali del pubblico e degli stakeholders, coglie l’obiettivo di conseguire un vantaggio competitivo e massimizzare gli utili di lungo periodo.

Mi piace un pensiero espresso dall’imprenditrice Marina Salamon: “avranno futuro solo le aziende che sapranno costruire valore nel tempo e non solo risultati economici di breve periodo a favore di coloro che le guidano. Questo è il primo passaggio fondamentale dell’etica applicata alle imprese: l’etica al centro, e non certo per essere buoni, ma perché è più intelligente, oltre che giusto, farlo”.

Il valore dei prodotti deriva dalle loro qualità e utilità ma anche  da caratteristiche immateriali quali le condizioni di fornitura, i servizi di assistenza e di personalizzazione, la loro stessa storia.

Ecco, pure l’impegno “etico” di un’impresa è entrato nella cosiddetta catena del valore e pertanto si può ben dire che CSR fa parte del business.

C’è poi una considerazione ‘geografica’: l’azienda fa parte del sistema <territorio> e le sue azioni che abbiano positiva ricaduta sullo stesso sono senza dubbio e in tutta evidenza strategicamente importanti per il ritorno economico.

A questo punto, a livello interno, entra in gioco la formazione manageriale e una forte impronta orientata a questo valore aggiunto condiviso dal team.

Ritengo che in pratica questo possa tradursi in uno stimolo e in uno strumento. Può arricchire dal punto di vista umano prima che professionale un impegno lavorativo che sia governato da una cultura sensibile alla sicurezza, al rispetto ambientale, alla qualità alimentare e così via. E, sostanzialmente, l’approccio alla responsabilità è anche un bacino, un bacino per la creazione, per l’innovazione, per il cambiamento: apre spazi, allarga le prospettive, offre occasioni.

Fare scelte di responsabilità per l’imprenditore significa investire risorse quindi deve essere supportato da un CSR manager o comunque da un management preparato che sappia individuare, tra le istanze o criticità o sensibilità sociali, le situazioni che da un lato rispondano ad attese socio-ambientali dall’altro consentano di migliorare le performances economiche e competitive dell’impresa.

Un buon leader, un buon manager, in un’ottica di evoluzione, deve confrontarsi con le istanze sociali e del territorio, fare leva sulle stesse e cavalcare le opportunità. La CSR rappresenta un cambio di passo culturale, talvolta un’esigenza, spesso una nuova fonte di business. Sono per un approccio equilibrato: il profitto sostenibile è una delle chiavi di successo, personale e aziendale, del terzo millennio.

Voglio immaginare la CSR come una matura consapevolezza che genera risultati.